Sarebbe incoerente, da parte di un Blog che tratta problemi legati alle mafie, non parlare del caso Magliocca e dell’errore umano che ha costretto, l’ex sindaco di Pignataro, a ben undici mesi di prigionia, per poi essere scagionato quando il Gup De Gregorio ha demolito l’intero impianto accusatorio. Nella cittadina campana, tuttavia, esiste ancora una consistente fetta di cittadinanza (e non solo legata ad attività politiche che prefigurerebbero un atteggiamento strumentale), che si pone seri interrogativi sulla reale “pulizia” morale dell’ex Primo Cittadino e alcuni suoi collaboratori. Parlare di mafia e dei rapporti che intercorrono tra politica e associazioni criminali è semplice e complicato allo stesso tempo. Ci sono due vie. La prima ha le caratteristiche di una strada del sensazionalismo, della ricerca di un empowerment sfrenato ed illogico con il quale, spesso si prova a cibare l’intera collettività. La seconda, invece, implica una coscienza meno “costruita”, meno fedele alle varie linee e sicuramente molto più scomoda. E’ la via del ragionamento. Io non ho mai pubblicato note o articoli sull’ex sindaco Magliocca, ma non nascondo di essere stato uno di quelli che hanno esultato e brindato al suo arresto. Ho fatto male. Ho fatto male all’uomo e alla lotta alle mafie, poiché ho fornito l’ennesima occasione di apologia alla politica di questi territori, che trovo fallimentare ad ogni livello e in ogni sua rappresentazione. Senza “scadere” nel vasto calderone delle litanie firmate dai giornali di proprietà della famiglia Berlusconi, emerge il dovere etico di una riflessione civile. Il giustizialismo è il peggior nemico della lotta alla criminalità organizzata. Una società articolata in “razze” di perfetti e “razze” di imperfetti non funziona, anzi, è pura finzione senza giusto finalismo. I Giudici sono uomini, così come i Preti, i Sindaci, i Professori, quelli Precari, gli Operai, i giornalisti e tutte le categorie lavorative. Non esiste una società che accetta una “divisione” etica e politica tra chi sostiene e chi demonizza i poteri, reciprocamente a testa bassa.
La lotta alle mafie è un affare serio e delicato e va isolato da tutti i tentativi di strumentalizzazione, anche quelli puramente ideologici. L’entourage giornalistico della destra italiana muove il dito contro Saviano e, forse, in certi casi lo fa, non senza ragioni. L’autore di Gomorra ha avuto un ruolo determinante nello “studio” politico, giudiziario e antropologico del clan dei Casalesi. L’opera del giornalista e scrittore si è fatta garante di una pubblicizzazione radicale e globale di quella logica che quasi sempre, in passato, era stata celata ai media nazionali e al “sapere di popolo”, aprendo al suo autore, la triste possibilità di restare vittima del sistema di cui aveva “cantato”. Una possibilità insopportabile. Da un po’ di tempo a questa parte, però, sostengono i giornali d’area moderata, Saviano, avrebbe scelto la via televisiva per tenere vivo un ricordo importante, una via che però, spesso porta ad una mediocrità referenziale del linguaggio e dell’approccio.
Occorre fare una riflessione asettica a riguardo. Saviano è un uomo coraggioso che ha un merito inestimabile e su questo, non credo, vi possano essere dubbi. Come non ammettere, però, che guardare Saviano e Fazio, imparruccati fino all’osso sui canali della Rai, sia una “non verità”, una scimmiottatura di quella che realmente è la lotta alle mafie? Vogliamo davvero credere che elencare mali, torti, gioie, morti e risorti, sia la rivoluzione? Vogliamo davvero credere che l’alternativa alla politica vetero-mafiosa sia la kermesse quotidiana di Santi e predicatori di un’antimafia che in qualche caso è diventata un mestiere, smettendo di essere quell’indirizzo etico e culturale che dovrebbe guidarci verso la giustizia? Su Magliocca, il Gup si è espresso e questo atto ha scatenato una catena di scuse e contro-scuse più o meno blasonate. Recriminazioni politiche e nuove accuse, articoli come questo e chiacchiere. Quello che resta è l’immagine di un ragazzo poco più che trentenne che ha passato un anno infernale dietro le sbarre.
D’altra parte, esiste la reale possibilità di entrare in una scuola pubblica per affissare il manifesto della Carovana Antimafia e sentirsi connotare, dall’operatore scolastico più anziano, come “Comunisti” (episodio capitato a Mondragone lo scorso anno). Come se il Comunismo fosse un’antitesi vivente della mafia. La colpa di questa disinformazione, direbbe il buon Baudrillard, è nella complessità del postmodernismo. Un’analisi meno tecnica e più attenta alle dinamiche di un certo “folklore”, invece, farebbe emergere delle colpe più borghesi. La prima potrebbe essere da addebitare ad una sinistra falciata e martellata che ha occupato militarmente il campo dell’antimafia, anzi, peggio ancora, della legalità. La seconda apre diversi interrogativi. Se occupazione coatta vi fosse stata, in che modo, una destra sfasciata e fasciata avrebbe permesso tale invasione? Il giustizialismo esiste, e su questo non ci piove, sarebbe mediocre, affermare il contrario, ma fatta salva la constatazione di una compromissione giudiziaria di quasi tutti i partiti e a tutti i livelli, in che modo la destra si è guadagnata il triste fardello di un collateralismo mafioso a priori? A mio parere, è un errore santificare o demonizzare un’accusa giudiziaria. Tutti potremmo essere vittime del fango. Tutti. E’ un errore, da parte della destra, però, il non farsi certe domande sui modelli che il partito di maggioranza relativa, il Pdl, ha proposto in questi anni, a livello nazionale così come a quello locale. Un Deputato di Casal di Principe che siede in parlamento da 20 anni, non può non aver fatto neppure una sola interrogazione parlamentare sul tema camorra. Non può e non mi si venga a dire, che l’illustre “ballerino” si sarebbe occupato di altro. Un Deputato non può incitare i propri concittadini a risparmiare sul cibo per comprare auto di lusso o altre stravaganze. Questi sono modelli che fanno male alla cultura e dal momento che essa risulta essere l’unica “struttura” in grado di opporre una reale resistenza alle mafie, il danno si presenta in tutta la sua drammaticità. Sul versante sinistro, gli interrogativi interessano un bacchettonismo di facciata che ha stancato. Legalità. Legalità.
Legalità. Un significante che, a mio parere, dovrebbe infondere il suo significato di una carica d’umanità e non di tecnicismo fine a se stesso. Non servono i vocabolari di Celentano. Il rispetto delle leggi può essere messo in discussione? Ogni rivoluzione ( e a sinistra dovrebbero ben saperlo) è una messa in discussione dell’assetto legale vigente. Il legislatore, come il cittadino, è uomo ed in quanto tale è soggetto a degli sbagli. I clandestini che non rispettano l’indigesto, quanto miserrimo “reato di clandestinità”, sono una spada nel cuore della legalità? Per cortesia…Recuperiamo il valore della GIUSTIZIA sociale e impugniamolo in modo serio. “Gli starrismi e i salmi ripetono storie dette due volte (cit.) “. L’antimafia può, anzi deve essere dentro ognuno di noi e in ogni piccolo gesto che compiamo. L’associazionismo contro la criminalità organizzata è cosa seria ed è di più di un Fazio imparruccato, l’ultimo sermone disperato di Scalfari o l’ennesima canzone in voga sui canali mediasettini. L’associazionismo è fatto di incontri al freddo, minacce, sconfitte, sudore e in qualche caso anche gioie. L’associazionismo, che nell’ultimo anno a Mondragone sta realmente ottenendo i risultati (il protocollo di Versoil19luglio, le cooperative di Libera), è fatto di gente che ci crede e che, nella maggior parte dei casi, non ama apparire. Preferisce lottare.
Parmenide












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Premesso che considero destra tutti quei partiti che hanno gestito ininterrottamente (con qualche limitata eccezione) il potere nei 150 anni di unità nazionale, che a sua volta la destra si è articolata in moderata o autoritaria; che considero sinistra tutti quei partiti che nello stesso periodo hanno cercato di rappresentare gli ineressi degli strati popolari, allora il rapporto politica antimafia può essere rappresentato in questo modo:
- L’antimafia nasce a destra, Monnier, Franchetti,Sonnino, sono liberali (della destra storica gli ultimi due). Altri liberali democratici seguiranno, Villari, Fortunato, Turiello. L’esigenza che muoveva i liberali era quella di affermare il regno della legge al posto dell’arbitrio e della violenza privata, ma anche riforme che rimuovessero le cause del fenomeno mafioso – camorrista. La destra autoritaria (fascismo) operò la più grande repressione di massa (dalla Sicilia a Caserta) del fenomeno. Ma quando Mori cominciò a mettere sotto inchiesta politici e alti dirigenti dello Stato, tutto si fermò, il prefetto fu promosso senatore e rimosso. Da quel momento la destra si è defilata dall’antimafia. Per il fascismo la questione era ufficialmente risolta, nei fatti la mafia sopravvisse e si rigenerò,. Quando arrivarono gli americani stabilirono immediatamente un accordo con la mafia siciliana, accordo poi riproposto dalla destra democristiana (De Gasperi, Scelba) in funzione anticomunista. Da Portella della ginestra (1947)fino ai primi anni sessanta i comunisti subirono oltre un centinaio di omicidi (capilega, sindacalisti, segretari di sezione, consiglieri comunali) per mano di mafia. Per la DC invece la mafia non esisteva, per il cardinale Ruffini era una invenzione dei comunisti per danneggiare la Sicilia.
Fu solo con il centro sinistra (DC-PSI) 1964 (Destra moderata) che si cominciò a rompere il fronte del diniego dell’esistenza della mafia.
Il resto è storia recente e qualche esempio del come ci si fa individuare collaterali lo fai pure tu.
Quindi nessuna occupazione coatta del campo antimafia.
Per quanto mi riguarda, il fenomeno mafioso è una peculiare forma di criminalità organizzata la cui specificità consiste nel rapportarsi alla politica per penetrare nello Stato e piegarlo ai propri interessi, oltre ovviamente al particolare metodo delinquenziale usato. Pertanto è interesse di ogni parte politica impedire questa penetrazione nello Stato, chi non lo fa (e sono tanti) è di fatto un colluso o un connivente.
Infine, Parmenide, mi piacerebbe conoscere la tua definizione di giustizialismo.
Cos’è il movimento fondato da Peròn in Argentina ? o che altro?
La sua analisi storica non fa una piega. E non fa una piega, a mio parere, la definizione politologica della sinistra, nel perimetro della nostra nazione e nei passaggi storici del novecento. Il punto che ho provato a mettere in luce, però, è un altro. Io credo che la (non)sinistra “contemporanea”, nutrendosi spesso in modo parassitario di questa eredità, abbia invaso un campo strumentalmente. Esistono partiti d’area progressista che asseriscono pubblicamente di basare la propria esistenza politica sulla “lotta al racket, all’usura”, oppure su altre problematiche legate a questo tema. Questo è l’atteggiamento che io trovo discutibile. Un partito politico combatte la mafia con una serie di misure programmatiche volte ad una trasformazione della società in relazione al lavoro, i servizi e la cultura. “Combattere la mafia” non può essere una dicitura speculare, ma dovrebbe essere il risvolto di un’azione capace di incidere sulle strutture e le sovrastrutture sociali. Il giustizialismo, ad esempio, non è la rivendicazione del Primato della giustizia, ma soltanto la credenza folkloristica di poter combattere i fenomeni mafiosi con le sole “armi” del potere giuridico. Certo, hanno un’importanza determinante, ma non unica. Non sono gli arresti ad incidere sul fatturato e la costanza esistenziale delle mafie, ma la Politica. Impastato fu fatto fuori perchè provò a combattere l’associazione criminale con la Politica, con una visione alternativa delle strutture e così fece Rizzotto quando guidava i lavoratori verso un’autoformazione “dal basso”. Oggi, la kermesse dell’antimafia (si fa per dire) in parrucca e ghingheri esalta la polizia, i giudici, i predicatori e si dimentica dei lavoratori.
Andiamo per ordine:
1- come a mio avviso si deve combattere il fenomeno mafioso puoi ricavarlo dall’articolo sul ruolo della corruzione, da me pubblicato su questo blog, e dal prossimo “Nuovi orientamenti nella lotta alle mafie” già inviato al blog e in attesa di pubblicazione. Quando si comincia a buttarla sul culturale e sull’educazione dei giovani significa a mio avviso (ma anche per Salvatore Lupo) confessare la propria impotenza.
2- “… la credenza folkloristica di poter combattere i fenomeni mafiosi con le sole armi del potere giuridico”. Questa tua definizione si attaglia perfettamente alla propaganda berlusconiana e leghista di questi ultimi anni, ma a essere puntigliosi – pur con delle differenze – neanche la sinistra (moderata e radicale) sfugge a questo schema.
3- sinistra che – hai ragione – vive di rendita sull’eredità comunista.
4- “La kermesse dell’antimafia in parrucca e ghingheri …”, francamente trovo gratuitamente astioso questo commento. Definire in questo modo una miriade di organizzazioni locali e non che cercano comunque di opporsi ai clan o di sostenere le vittime di mafia mi sembra esageratamente ingeneroso. Personalmente non condivido la linea antimafia di Libera e di altre organizzazioni simili, e da almeno due anni e mezzo auspico un cambiamento di rotta nel movimento antimafia (vedi sempre i due articoli su citati), ma questo non mi porta a sparare a zero su di loro.
5- Non conosco partiti a sinistra che fondano la propria esistenza nella lotta antimafia. Non lo fa ne il PD, né SEL e neanche IDV (anche se per quest’ultimo è un azzardo collocarlo nell’area di sinistra). E comunque tutti i partiti esistenti oggi in Italia dicono di essere contro le mafie.