AntonKusters

Come avevamo annunciato, abbiamo avuto l’onore di intervistare Anton Kusters. Per chi non lo conoscesse, si tratta del grande fotografo divenuto particolarmente famoso per aver ottenuto il consenso a fotografare la Yakuza, la mafia giapponese. L’artista, alle prese con un altro importante lavoro in Giappone, ha tardato nel rilasciare le risposte (di qui la pubblicazione così tardiva dell’intervista, rispetto a quanto annunciato).

Le domande che gli abbiamo posto sono quelle che abbiamo ricevuto in redazione: a causa del loro numero, abbiamo cercato di accorpare quelle abbastanza simili e ci scusiamo se qualcuna di queste sia comunque rimasta fuori dall’intervista (vi avevamo avvisato però!).

- Cosa ne pensa della possibilità di fare altri progetti per studiare le regole sociali e comportamentali di altre organizzazioni criminali? Le piacerebbe avere l’opportunità di fotografare la mafia italiana, per esempio?

Bella domanda. Non ci avevo ancora veramente riflettuto adeguatamente. Da una parte sarei ovviamente interessato a capire e vedere come la mafia italiana opera, ma dall’altra sento anche che non mi piacerebbe diventare un “fotografo del crimine organizzato”, dato che non è il mio unico obiettivo nella vita. Molti dei miei altri progetti sono completamente diversi da quello sulla Yakuza in termini di stile e soggetto. Comunque mi sento fortunato ad avere questo interesse generale e mi piacerebbe esplorarlo pienamente.

- I membri della Yakuza hanno mai rifiutato di concederle qualche scatto oppure le era permesso di fotografare tutto?

No, non mi hanno mai rifiutato uno scatto. Usavamo l’approccio del “doppio pollice in sù”, ossia avevamo un accordo che prevedeva un diritto di veto sia per me che per la Yakuza per ogni immagine proposta. Loro (ed io) non hanno mai impedito la pubblicazione di un’immagine, sono stati d’accordo per ogni immagine che ho proposto.

- Ha avuto qualche feedback dai membri della Yakuza durante e dopo la fine del progetto? Inoltre, ha avuto un riscontro da parte delle autorità giapponesi?

L’accordo principale che avevo con la Yakuza era di non pubblicare direttamente il mio libro in Giappone (io e mio fratello abbiamo pubblicato indipendentemente il libro in Europa). Da quello che so, le autorità giapponesi non sono a conoscenza del lavoro che ho fatto. Avevo degli incontri regolari con la Yakuza in cui presentavo nuove foto e parlavo della storia che stavo creando. Loro hanno supportato il mio punto di vista e il mio modo di lavorare e non hanno mai interferito per spingermi in una qualche direzione. Alla fine, quando io e mio fratello abbiamo presentato il lavoro finito mi è sembrato che fossero soddisfatti del risultato. Ora, ogni volta che vado a Tokyo, vado con mio fratello a trovarli in segno di rispetto e per informarli sulle evoluzioni del progetto, come è successo questa volta con la mia prossima mostra (YAKUZA Exhibit In C-Mine, Genk (BE) – 2013 ndt).

- Si è mai trovato in una situazione pericolosa? Probabilmente prima di iniziare il progetto aveva già preso in considerazione la possibilità di assistere a qualche episodio di violenza: ha mai visto qualche atto criminale? Se si, nonostante gli impegni presi con I membri, ha mai pensato di denunciare quello che ha visto alle autorità?

Avevamo un accordo che stabiliva che io non potessi assistere ad atti criminali, poiché questo mi avrebbe reso complice e l’unica cosa che avrei potuto fare poi, sarebbe stato allertare le autorità. Per questo motivo eravamo d’accordo sul fatto che io non avrei mai visto atti del genere. Sappiamo tutti come la Yakuza lavora e non ci sarebbe stata una vera ragione per partecipare e fotografare situazioni che mi avrebbero messo in pericolo o reso complice e quindi perseguibile dalle autorità. Il mio obiettivo con il progetto era più quello di mostrare la tensione, gli umori, l’atmosfera di costante minaccia nell’aria mentre ero con la Yakuza e di come ho vissuto il tutto.

- Abbiamo letto sul suo blog la storia del night club (ndt). La relazione tra la spogliarellista e l’ospite è invertita poiché è la spogliarellista a scegliere l’ospite. Quindi le vorremmo chiedere: nella complessa struttura della Yakuza c’è un posto per le donne? Qual è la loro attitudine verso di loro sia dentro che fuori l’organizzazione?

Anche noi gli abbiamo posto la stessa domanda. Infatti sembra che (ufficialmente) non ci sia un posto per le donne nell’organizzazione. La loro attitudine verso le donne è abbastanza “normale”, solo che le donne non fanno ufficialmente parte della gerarchia. Ovviamente la relazione con le donne coinvolte nell’industria del sesso (spogliarelliste, prostitute…) è completamente diversa. Queste persone, mentre sembra che non sono forzate ad essere in tali situazioni, sono ovviamente in una posizione non invidiabile.

- Una delle foto più significative del tuo documentario è quella del corpo tatuato. Ti hanno mai spiegato cosa significano I tatuaggi per loro?

I tatoos sono estremamente importanti per la Yakuza. Storicamente era un “marchio” legato all’essere criminale nella società ma è diventato velocemente un modo per identificarsi e per dare loro un’identità e una forza come membri emarginati dalla società e allo stesso tempo membri di una famiglia del crimine organizzato. Tra le diverse famiglie della Yakuza nelle diverse parti del paese puoi vedere molti stili di tatoos diversi, ma non c’è un simbolo per la famiglia. E’ più la differenza tra avere un tatoo e non avercelo.

- Tantissime grazie per la sua disponibilità, Le facciamo un grosso in bocca al lupo per la preparazione del C-Mine 2013 Expo. Qualcuno dei membri del Comitato potrebbe essere presente.

Questo sarebbe fantastico! Sarei lieto di parlarvi di persona.

 

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